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Evanescenze lagunari e mestiere dell’architetto

La 12.Mostra di Architettura della Biennale di Venezia ci offre l’occasione per alcune brevi e personali riflessioni critiche. Il titolo-tema «People meet in architecture» proposto dalla curatrice Kazuio Sejima, evanescente e inclusivo, è stato prevedibilmente interpretato dai diversi architetti invitati con grande, se non troppa, libertà. Il risultato, ancora una volta, delude in parte chi dalla rassegna veneziana, forse ingenuamente, si aspettava un’ampia informazione su ciò che di nuovo accade nel mondo dell’architettura. La mostra principale è piuttosto tagliata sugli interessi di Sejima, sul lavoro suo e del suo studio, sempre di straordinaria qualità, sui personaggi che le sono creativamente affini. Manca la maggior parte delle star internazionali (a eccezione di Toyo Ito, che espone uno sperimentale progetto corredato da un dettagliatissimo esecutivo, e di Rem Koolhaas, che vince, meritatamente, il Leone d’Oro alla carriera e porta in mostra un’inaspettata lezione sul recupero dell’esistente); pochissimi gli italiani (Andrea Branzi, Aldo Cibic, Renzo Piano); due gli omaggi ai da tempo scomparsi Lina Bo Bardi e Cedric Price. Non poche invece le presenze di artisti, nel senso più ampio del termine: da Wim Wenders, con il video 3D «If buildings could talk» dedicato al Rolex Learning Center realizzato di recente a Lausanne dalla studio sanaa e quindi dalla stessa Sejima, a Olafur Eliasson, che propone una mobile, luminosa, letteralmente liquida installazione all’Arsenale, fino a Thom Sachs, che riflette a modo suo sull’architettura in generale e su Le Corbusier in particolare con una serie di opere in gran parte note ma non per questo meno intelligenti e provocanti. Numerosi infine gli architetti che fanno gli artisti, con risultati in alcuni casi interessanti ma inevitabilmente impropri.
Molto ampliato rispetto alle edizioni precedenti è il Padiglione Italia. Il curatore, Luca Molinari, risarcisce l’esigua presenza nazionale all’interno della mostra di Sejima con una inclusiva e articolata rassegna che guarda all’oggi e prova ad aprire verso il futuro. La mostra privilegia giustamente i giovani (senza per questo tralasciare Franco Purini, Renato Rizzi, Italo Rota, Cino Zucchi e alcuni altri) e pone una decina di importanti, eterogenei interrogativi, da «Cosa fare con i beni sequestrati alle mafia» a «Come imparare dagli archetipi e farne dei prototipi». Non tutti gli architetti invitati sembrano tuttavia in grado di fornire risposte convincenti a questi ultimi. Nell’insieme emerge un panorama nazionale ricco e creativo, ancorché lontano da tutto ciò che d’importante sta effettivamente accadendo nel nostro Paese, dalla ricostruzione in Abruzzo alle colossali operazioni immobiliari in corso a Roma e a Milano, tra cui all’Expo 2015, tanto per fare qualche esempio concreto.
Gli altri, sempre più numerosi, padiglioni nazionali sembrano invece oscillare fra la ludica sperimentazione di installazioni ambiziose quanto lontane dall’architettura e la banale promozione di carattere cultural-turistico. Alcune positive eccezioni confermano, a nostro giudizio, tale impressione generale: quello giapponese, curato da Ryue Nishizawa (il socio di Sejima) e Yoshiharu Tsukamoto, in cui spicca il lavoro di Atelier Bow Wow; quello francese, ideato con grande senso della comunicazione spettacolare da Dominique Perrault, che propone una ricerca sulle cinque maggiori aree metropolitane («Grand Paris», Bordeaux, Lyon, Marseille e Nantes-St-Nazaire), evitando peraltro accuratamente di pubblicizzare l’operato professionale dei suoi colleghi; quello cileno che punta sul recente terremoto e sui riflessi di tale catastrofe in ambito edilizio; quello dei paesi scandinavi e quello danese che centrano entrambi l’obiettivo di offrire un panorama dei progetti e delle realizzazioni più recenti e qualificati. La Danimarca, in particolare, mostra grande apertura nei confronti dei progettisti stranieri che vi stanno operando (da Nouvel a Foster, da Hadid a Libeskind, da Holl a oma) e presenta ai visitatori un ambizioso progetto di ring infrastrutturale, urbanizzato ma altamente sostenibile, destinato a rendere ancor più dinamica l’interessante realtà metropolitana transnazionale già da qualche anno determinatasi con l’apertura del ponte che collega Copenhagen alla svedese Malmö.
Per la prima volta presente all’interno della rassegna veneziana è poi lo spazio dell’IN/Arch, realizzato da Massimo Locci e da chi scrive in collaborazione con l’ance, l’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, per celebrare i 50 anni dell’Istituto fondato da Bruno Zevi. Una piccola mostra suddivisa in tre parti: la prima, storica, che ricorda l’irrealizzato quanto attualissimo progetto romano dello sdo, il Sistema Direzionale Orientale; la seconda, fotografica, dedicata al mondo delle costruzioni; la terza, infine, video. All’attenzione dei visitatori la rinnovata alleanza tra committenti, progettisti e imprenditori, l’unica in grado di garantire pregio alla produzione architettonica nel nostro Paese. L’intento, esplicito, è ricordare a tutti che, per raggiungere la qualità, chi costruisce ha bisogno di una progettualità forte e creativa; chi progetta ha bisogno di un’industria delle costruzioni competitiva ed efficiente. Fra i molti eventi collaterali spicca infine «Le cattedrali del vino», una mostra-incontro promossa con grande successo di pubblico dall’Ordine degli Architetti di Roma – l’unico presente in Biennale – e dall’IN/Arch in collaborazione con il Gambero Rosso: vi trovano spazio molte recenti, qualificate cantine d’autore italiane.
Per concludere, ancora una breve considerazione legata alla dimensione professionale dell’architetto, una considerazione forse «Ailati», come intelligentemente titola la mostra di Luca Molinari. Pur condividendo interesse ed entusiasmo per la sperimentazione architettonica più libera e creativa, temiamo che la figura dell’architetto delineata, ancora una volta, in quest’ultima Biennale – come in altre grandi rassegne internazionali, in molte riviste di settore e in tanti frequentatissimi web-sites – rischi di risultare purtroppo ingannevole nei confronti di un mestiere, nei fatti, diverso; di allontanare sempre più gli altri, necessari comprimari sulla scena dell’industria edilizia, segnatamente i costruttori, nell’accezione più ampia del termine; di far perdere di vista agli studenti l’obiettivo principale che è prepararsi, modestamente e molto seriamente, a rispondere alle sempre più esigenti richieste di un mercato professionale globale; di far dimenticare, in una parola, che l’architettura è, prima di tutto, difficilissima arte del fare. Se è certamente esagerata l’impietosa visione del sottosegretario per i Beni e le attività culturali Vittorio Sgarbi in base alla quale ci sarebbero in Italia pochissimi, «forse tre» veri architetti, ci sembra tuttavia difficile non convenire con lui quando, nel corso dell’affollata cerimonia di apertura del Padiglione Italia, ha ricordato che il vero problema nel nostro Paese – caso unico al mondo – sono le centinaia di migliaia di laureati in architettura e i quasi 150.000 iscritti agli ordini professionali.

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Last modified: 13 Luglio 2015